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Cintia Gagliarducci - Counsellor Professionale ad indirizzo ipnologico costruttivista (Scuola AERF).

e-mail: cintiag@libero.it  tel: 3498042919, 3927735221

 

 

- CHIACCHERE ON LINE

Ascoltando distrattamente la radio nella mia auto, in mezzo al traffico del mattino, mi sono accorta in ritardo dell’intervista ad una psicologa riguardo all’abitudine di chattare. Purtroppo ho perso dei dati importanti, quali il nome della dottoressa ed il titolo del libro di cui si stava parlando.

Ho fatto però in tempo a sentire alcune parti incisive di questa intervista, dalla quale emergeva che la dottoressa, assieme ad un team di colleghi, ha studiato almeno 40 casi di “dipendenza da chat”.

Dipendenza che nasconde aspetti patologici della personalità. Non è certo su questi che voglio soffermarmi, non essendo psicologa. Ma mi è sembrato di capire che l’idea di fondo, al di là della dipendenza vera e propria, fosse che l’abitudine stessa di chattare non venisse considerata molto “sana”. Anzi, l’intero mondo Internet è stato messo in discussione per la sua capacità di incollare la gente davanti ad un computer alienandola dal mondo reale.

Essendo una assidua frequentatrice di Internet mi viene spontaneo difendere questo prezioso mezzo di informazione, questa sorta di enciclopedia planetaria. E’ uno strumento di conoscenza così come lo sono i libri. Gli utilizzatori di Internet con i quali sono a contatto (e non sono pochi) lo usano esattamente per questa ragione. Una volta si definivano  “topi da biblioteca” coloro che passavano ore ed ore immersi nei libri. Oggi possiamo dire che esistono anche i “topi da web”! Sostanzialmente non vedo molta differenza tra le due cose…

Ho provato anche a frequentare le chat. Ne ero molto incuriosita e ne ho “testate” diverse.

Qui, effettivamente, il mondo virtuale si fa davvero complesso e riconosco che presenta aspetti inquietanti e talvolta anche a rischio. Alcune chat sono frequentate quasi esclusivamente a scopo sessuale: una sessualità a dir poco “equivoca”. In altre ci si incontra per condividere interessi. In altre ancora semplicemente per fare quattro chiacchiere la sera. Ho conversato con studenti, professionisti, laureati, impiegati ed anche con un simpaticissimo casellante autostradale. Tutte persone che vivono una normalissima quotidianità, con la loro rete di relazioni sociali nel mondo reale.

Cosa cercano le persone in chat? Come counsellor posso dire di avere sentito nelle persone il bisogno di uscire dal quotidiano, dallo “stato mentale” del quotidiano, allontanandosi per un po’ da ciò che si ripete inevitabilmente tutti i giorni e che, francamente, annoia un po’.

Siamo tutti stritolati dalla ripetitività. Il tempo per frequentare posti nuovi ed incontrare nuove persone è oggettivamente molto limitato. Aggiungerei anche che il tempo non condizionato dagli impegni ci vede spesso troppo stanchi per avere voglia di uscire e buttarci in nuove esperienze che richiederebbero ancora impegno di energia.

Attraverso la chat, nella quiete della propria casa, in tuta e pantofole, molte persone semplicemente appagano la loro voglia di novità, di conoscenze nuove e storie nuove da ascoltare, entrando nello stato mentale dell’”avventura”, non solo nella sua accezione erotico-sentimentale, ma in quello più ampio delle possibilità inesplorate.

E’ per molti un piacere innocente, un momento di evasione che reputo migliore del trascorrere il proprio tempo libero “scanalando” da un programma televisivo all’altro: la televisione ci isola, la chat, anche solo virtualmente, ci mette in contatto con gli altri.

 

- EMPATIA E COMUNICAZIONE

La Parola. Strumento di comunicazione magnifico e temibile…

Perché temibile?

Invito il lettore ad alcune riflessioni

Tutti siamo in grado di comprendere, e quindi di non fraintendere, cosa un altro essere umano ci comunica quando usa termini riferiti a qualcosa di concreto ed appartenente a quella che viene considerata la “realtà condivisa”, che non necessita di elaborazione ed interpretazione.

Dunque se dico bicchiere chi ascolta ha ben presente a quale oggetto mi sto riferendo: l’oggetto bicchiere, pur nella sua possibile varietà di forme, colori e dimensioni, ha connotazioni di base che lo identificano per tutti senza ombra di dubbio. Ne consegue che se chiedo un bicchiere mi verrà dato quell’oggetto specifico e non un fiore o una penna! Questa parola significa la stessa cosa per tutti coloro che la ascoltano,  fa parte della realtà condivisa da tutti gli esseri umani. In questo caso, ed in tutti i casi analoghi, la comunicazione tra un soggetto ed un altro è scorrevole e produce azioni congruenti e positive.

Possiamo  affermare che attenendoci alla realtà concreta la comunicazione non produce effetti problematici.

Condividiamo con gli altri anche le sensazioni fisiche: il sentire caldo, freddo, fame, sete, sonno. Se dico “ho caldo” nessuno penserà che in quel momento ho i brividi, dato che il calore è un’esperienza che tutti conoscono. Il termine “calore” evoca in chiunque l’immagine del sole, del fuoco, senz’altro non di un ghiacciaio.

La dimensione umana comprende però un universo interiore molto più etereo ed impalpabile, fatto di pensieri, emozioni, sentimenti.  Questo è l’universo individuale, laddove l’esperienza ha connotazioni valide solo per chi ne è coinvolto. Entra in gioco il “sentire”, il “percepire”, l’”interpretare” che avviene in modo del tutto personale, unico, irripetibile.

Oggi nevica. Tutti conosciamo la neve, ma non tutti viviamo il suo apparire nello stesso modo. Per un automobilista è un vero problema, che lo renderà facilmente nervoso ed irritabile. Per uno sciatore è fonte di gioia e divertimento. Lo stesso elemento genera reazioni ed emozioni molto diverse fra loro, anzi, addirittura antitetiche! Ma andiamo oltre, immaginando, ad esempio, che l’automobilista innervosito decida di fermarsi a bere qualcosa di caldo in un bar e giochi dei numeri al lotto. Vince. La giornata di neve vissuta così ostilmente all’inizio, resterà nella sua vita e nei suoi ricordi come una delle più piacevoli della sua esistenza. Allo stesso modo lo sciatore felice, cadendo, si frattura una gamba e la sua gioia iniziale si muterà inevitabilmente nel suo contrario.

Questo indica  come anche al nostro interno l’emozione suscitata da una parola non sia affatto permanente, ma varierà secondo gli avvenimenti a cui la colleghiamo.

Pur essendo già a questo punto entrati nel campo del soggettivo dell’emozione, i due esempi che ho citato rimangono comunque nel campo del condivisibile, del facilmente comunicabile. Se i due personaggi si incontrassero e si narrassero le rispettive esperienze,  potrebbero senz’altro capirne appieno le emozioni: chi non ha mai provato  rabbia e disappunto per una disgrazia? Chi non potrebbe immaginare la gioia di una vincita inaspettata?

Dobbiamo entrare in un mondo ancora più intimo per arrivare a ciò che la parola non è in grado di spiegare con altrettanta chiarezza.

Il sogno ne è un esempio eclatante. Raramente riusciamo a portare all’esterno il contenuto e le sensazioni di un sogno. Se abbiamo avuto un incubo in cui ci siamo sentiti terrificati da una presenza minacciosa in casa nostra e questa presenza, ad un certo punto, ci si è rivelata sotto forma di una margherita, sarà molto probabile che, narrandolo, il nostro interlocutore si faccia una bella risata mentre noi siamo ancora pervasi da un senso di angoscia e paura. In effetti la parola “margherita” non evoca, di per sé, immagini spaventose, anzi…

 

Molte relazioni, si sa bene, vanno in “avaria” a causa di problemi di comunicazione. Relazioni anche profonde e significative.

 


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Ultimo aggiornamento: venerdì 25 giugno 2010